Rassegna stampa

La Stampa - 30 anni di Striscia

Record di longevità così il tg satirico di Antonio Ricci ha creato un modello di fare tivù

Striscia la notizia, il telegiornale satirico di Canale 5, compie 30 anni e per l'occasione il suo creatore, l'autore e regista Antonio Ricci, ha pubblicato il libro «Me Tapiro» in cui si racconta e racconta le sue creature televisive. Ma chi è oggi in privato Ricci, l'uomo più schivo della tv? Ce lo svela lo scrittore Ernesto Ferrero, che lo conosce al di là del personaggio pubblico.

ERNESTO FERRERO - Dalla copertina del suo libro, Me tapiro (Mondadori), Antonio Ricci ci guarda severamente, come se ci avesse ancora una volta colto in fallo. Ha l'aria di un pastore luterano, un filosofo nordico che annuncia l'Apocalisse, un guru vegano, un nuovo carismatico leader post-renziano e post-grillino. Tranquilli, è anche questa una recita del mago dei travestimenti, dell'Arsenio Lupin del fuorionda. Ci sta dicendo: imparate a guardare oltre le apparenze. Ne racconta di cose, nelle 252 pagine del libro, il capo della setta dei Tapirofori, ben supportato dalle domande di un intervistatore intelligente, Luigi Galena. Ritrae dal vero Berlusconi e Grillo, detta ritratti affettuosi (Villaggio, Hunziker, De André), scaglia fulmini e saette, mena botte da orbi (Vespa, Fazio, Bonolis, la supponente sinistra d'oggi), finisce per sbozzare un impietoso ritratto della nazione, si rivela finissimo analista politico. Ricicla il trash quotidiano con la ribalderia della satira, e diventa pedagogico. La vera libertà è molto costosa ma lui dichiara di sentirsi bene solo in battaglia. «Sono carsico - dice -, quando il gioco si fa duro sbuco fuori, ci metto la faccia». Ma chi è il vero Ricci? Quello che lui racconta, o il racconto è il depistaggio di un uomo che non ama apparire, che detesta la visibilità e ogni venerdì anela a tornarsene, lui abitatore di residence, nella casa di Alassio, a curare amorosamente le raccolte di agapanti, glicini, piante grasse e agrumi? Forse nell'epoca dei database, bisogna cercarlo nei numeri. Quarant'anni di successi che hanno inventato e imposto un linguaggio tv (lui ricorda gli apprezzamenti di Umberto Eco e Federico Fellini, che in tv guardava solo Drive in), trecento cause tutte vinte, milioni di euro fatti risparmiare allo Stato con le denunce di sprechi insensati, truffe, imbrogli e raggiri. II Grande Inquisitore dell'inautentico, della patacca, della ciarlataneria, del buonismo non lascia nulla al caso. Maniaco del dettaglio, è un orologiaio, un coach che organizza al millimetro la sua squadra. Quando gli danno del «goliarda» si arrabbia: «Io faccio ricerche sociologiche». Forse tutto è cominciato quando il piccolo Antonio, 4 anni, inghiotte una caramella che rischia di soffocarlo. La madre accorre, lo solleva per i piedi, lo scuote con decisione. II bambino sente una lama del cervello, ma in quei pochi secondi concitati impara a vedere il mondo capovolto. Da allora non smetterà di cercare di raddrizzarlo. La stessa fitta dolorosa gli si ripresenta qualche anno fa all'annuncio del progetto di quattro torri di ottanta metri che avrebbero snaturato il centro storico di Albenga. Arma i suoi missili e il progetto è bloccato. Allo stesso modo aveva salvato dalla speculazione Villa la Pergola ad Alassio e con un lavoro di anni la trasforma, con la moglie Silvia, in un relais con un piccolo museo, affettuoso omaggio ai Montagu, agli Hanbury e alla colonia inglese che l'aveva abitata. E reinventano un giardino che è puro incanto. Lo Zorro che ogni sera vendica le nefandezze che dobbiamo subire è poliedrico, quasi un ossimoro vivente. Mecenate occulto, ha una laurea molto gramsciana su Francesco Jovine, una specializzazione nella tutela dei beni artistici, è cantautore e front-man di una band di rockettari, fa il cabarettista part-time al Derby di Milano con Cochi, Funari e Jannacci, torna a Genova con i treni della notte per presentarsi la mattina all'università. Ha messo in musica Villon e Baudelaire, ed è in grado di congegnare un apocrifo di Montale credibile. Diventa il più giovane preside d'Italia, poi l'amicizia con Beppe Grillo lo porta in Rai, dove a 27 anni firma gli spettacoli del sabato sera. Da lì in avanti la strada è segnata. E tuttavia l'inafferrabile Ricci si rivela più malinconico del previsto: «Mi atterrisce l'idea di lasciare traccia. Tutti i mali del mondo hanno origine da chi vuole assurgere all'immortalità». Sostiene di essere già morto e di vivere in una realtà parallela, avatar di se stesso. Si rassicuri, Maestro. Dai dati in nostro possesso, lei potrebbe anche essere il primo degli immortali.

(La Stampa/Ernesto Ferrero, 26 novembre 2017)