Rassegna stampa

Intimità

Antonio Ricci: "ridere fa bene alla salute"

Da 30 anni "firma" Striscia la notizia. Ma da sempre è convinto che l'ironia sia un diritto dovere perché tiene alta la bandiera del buonumore.

Milano, gennaio

Quando Silvio Berlusconi era soprannominato Sua Emittenza perché aveva creato Mediaset facendo concorrenza alla Rai, gli affibbiarono l'appellativo di Sua Intermittenza perché con la sua neonata creatura Striscia lo notizia dava la scossa alla tivù tradizionale. Da allora sono passati 30 anni, ma il guru del tg satirico non ha mai smesso di mangiare tutti i giorni pane e satira e di usare l'arma della derisione come se fosse la magica spada Excalibur. In occasione dei 30 anni di Striscio, Antonio Ricci, 67 primavere, da Albenga, sposato con Silvia Arnaud e padre di tre figlie, Alessandra, Vittoria e Francesca, ha pubblicato Me Tapiro (Mondadori), libro ricco di divertenti aneddoti in cui si racconta a 360 gradi partendo dalla sua infanzia.

Antonio, la copertina di Me Tapiro ricorda però più Nosferatu che il papà di Striscia.
«E vero, è una foto piuttosto inquietante. Anche tutti i miei collaboratori mi dicono che non mi hanno mai visto con una faccia del genere. Allora perché ho scelto questa immagine? Perché è una foto che va porcellanata, sulla mia lapide potrebbe anche figurare bene!», scherza.

Dopo 30 anni di Striscia si riconosce ancora nell'appellativo di Sua Intermittenza?
«Sì. Voglio essere sempre chiamato Sua Intermittenza. Altrimenti non esisterebbe più Striscia».

Striscia è ancora oggi la trasmissione più vista della tivù. Crede nell'Auditel?
«No. Se dovessi credere in qualcosa, crederei in Dio ma non all'Auditel. Però l'Auditel è la fonte della nostra libertà. I dati d'ascolto favorevoli ci impediscono di essere censurati e tagliati fuori. C'è da dire che oggi la lotta per l'Auditel si è molto smussata rispetto ai primi tempi di Striscia, però il fatto di essere misurati da uno strumento di mercato dà forti garanzie».

Cos'è per lei la derisione, l'irrisione, in altre parole il suo pane quotidiano?
«Lo spiego bene nel libro. II diritto all'irrisione è un diritto fondamentale. È un diritto dovere perché ridere fa bene alla salute. Lo sfogo evita molti problemi quali, per esempio, gastroduodeniti, herpes, aerofagie, calvizie... - scherza ancora. - Senz'altro cura la depressione attivando lo striato, la formazione di sostanza grigia del cervello vicinissima al talamo, che rilascia dopamina e agisce sul sistema nervoso simpatico. Limita quindi il ricorso ad alcol e droghe. Ma anche essere irrisi è terapeutico. Mantiene con i piedi per terra, ti evita di prendere il volo e di finire poi spiaccicato. Essere preso per i fondelli ti dà la flessibilità e la forza del bambù. Ma non tutti coloro che sono oggetto di irrisione accettano d'essere derisi. E sono le persone che si prendono troppo sul serio, le quali, alla fine, vivono male. Per i comici o per chi fa il mio lavoro, l'importante è proprio non prendersi mai sul serio, altrimenti si passerebbe dal far ridere al ridicolo e quando succede questo è la fine».

Perché si arrabbia se le dicono che è un irriducibile goliarda?
«È vero, decisamente mi adombro perché mi ritengo uno "scienziato", non faccio scherzi, ma cerco di fare delle ricerche sociologiche. Quando tanti anni fa Grillo e io ci inventammo che Johnny Dorelli era stato licenziato da Berlusconi e che lui avrebbe preso il suo posto nello show, la nostra non era una farsa ma una ricerca sociologica per vedere la reazione di chi avevamo coinvolto».

Quando ho conosciuto Beppe Grillo?
«Negli Anni Settanta, alla sera suonavo e cantavo le mie canzoni (di protesta, ndr) nei locali genovesi. Fu li che incontrai Grillo. Mi colpì il fatto che Beppe andasse a vedere gli spettacoli dei vari comici e si appuntasse in quello che lui chiamava i! Librone le battute che sentiva e che ricopiasse anche le canzoni che ascoltava... Comunque, quando venne chiamato da Pippo Baudo per uno show, mi cercò e mi chiese di scrivergli i testi. Allora ero il preside più giovane d'Italia, ero in forza all'Istituto Tecnico per Periti Agrari e Industriali alla "Coronata" di Genova, ma fui contento di accettare, rinunciando all'insegnamento».

Oggi che Grillo è un politico vi frequentate ancora?
«Ci sentiamo sempre, con Beppe non si può evitare di parlare. Ci vediamo anche, ma non parliamo mai di politica. Gli ho sempre consigliato di non esporsi in prima persona. Però alla fine mi sono convinto che lui in realtà gode a immergersi nei bagni di folla e che trae energia dai suoi comizi, anche se per fare il politico ha rinunciato al mestiere di comico, che gli rendeva bene».

Lei non ha mai pensato di darsi alla politica?
«No. Evito la politica come tutte le cose che non so fare. Però ciò non mi ha impedito, nel 1997, di fondare il Partito del Gabibbo. Nel Mugello. dove allora c'erano le elezioni, il Partito del Gabibbo si contrappose a Giuliano Ferrara, a Sandro Curzi e ad Antonio Di Pietro. II nostro slogan era: "Più rosso di Giuliano Ferrara,più pelato di Curzi, più populista di Di Pietro. Se volete votare un Gabibbo, votate l'originale". Dopo i primi comizi scoppiò un terribile terremoto in Umbria e i terremotati chiesero l'aiuto del Gabibbo e così abbandonammo la campagna elettorale per andare a soccorrerli».

In effetti grazie a Striscia avete anche combattuto molte battaglie...
«E continuiamo a impegnarci su tutti i fronti. L'altro giorno siamo scesi in campo per proteggere i parcheggi riservati agli handicappati. Tutti gli interventi che facciamo sono originati nel 98 per cento dei casi dalle segnalazioni del pubblico che ci scrive in redazione».

Ha lanciato anche Michelle Hunziker appena ventenne a Paperissima Sprint, poi l'ha "importata" a Striscia e grazie alla sua svizzera volontà è diventata famosissima.
«La verità è che grazie alla sua svizzera volontà Michelle è uscita dalla setta nella quale si era infilata. lo e Enzo Biagi le abbiamo tentate tutte per farla ragionare, però senza la sua determinazione non sarebbe uscita da quella situazione terribile e non avrebbe mai ritrovato la sua autostima».

Perché invece lei non appare mai o quasi in tv? Un vezzo da Guru?
«Non apparire è la mia scelta di vita. Vado in televisione solo se c'è da ritirare un premio. Non mi piace fare le ospitate e esprimere pareri, fare il tuttologo e pavoneggiarmi. Per il lavoro che faccio, è meglio stare dietro le quinte per farmi carico di tutte le grane che arrivano, ho più di trecento cause che per fortuna sono tutte risolte».

Ora però si è esposto con il suo ultimo libro.
«Be', però sono anche l'unico ad aver scritto un libro e a non andare in tivù a presentarlo. Un Guinness. II titolo Me tapiro, poi, è un capolavoro di comunicazione, cosi l'ho definito parlando con quelli della Mondadori per farli arrabbiare. La verità è che non ho scritto questo libro per apparire. Anzi, ho la certezza d'essermi sottoposto a un bagno d'infamia, preludio a una sparizione senza rimpianti. II mio pensiero è che se tu dici a te stesso che sei già morto patisci meno. E un modo per essere più sereni», ironizza ridendo.

Ha destinato i proventi del libro interamente al Gruppo Abele di Don Ciotti: c'è un motivo particolare?
«L'ho fatto perché prima o poi tutti noi passeremo da Don Ciotti per fare dei corsi di recupero, per liberarci delle nostre dipendenze. Non credo in Dio, però in certi preti si».

Parliamo del suo privato di cui è tanto geloso. È un marito e un papà modello?
«Be', sono come il dottor Jekyll e Mr. Hyde. Quando il venerdì stacco da Striscia, divento Mr. Hyde, parto per Alassio e a casa mi immergo nel mio ruolo di marito di Silvia e padre di Alessandra, Vittoria e Francesca, che oggi hanno rispettivamente più di 30, quasi 30 e 23 anni».

È già diventato nonno?
«No, non ancora, anche se mi incuriosirebbe molto avere dei nipotini».

Ritiene d'essere stato e d'essere un bravo papa?
«Non devo dirlo io. Anche se, secondo me, lo sono».

Perché ha inventato il Gabibbo?
«Perché il Gabibbo è l'uomo che buca il video, è rosso, grida e ha gli occhi sbarrati. II Gabibbo è il nulla che prende forma e che per il solo fatto di apparire in tv diventa improvvisamente credibile. Rappresenta anche la disperazione di un Paese che si rivolge a un pupazzo per esternare le ingiustizie e gli sprechi. È più credibile di molti giornalisti. II Gabibbo è una metafora fortissima, è l'essenza della tv, il falso che diventa vero grazie al video».

(Intimità/Eleonora Alisei, gennaio 2018)